Per
i non addetti ai lavori, alcune perplessità
possono sorgere in merito al rischio ambientale
e sanitario, se di rischio si può
parlare, connesso all’utilizzo di
dispositivi con presenza di Cadmio.
Entrando comunque nel merito, risulta evidente
che il problema, se esistesse, sarebbe solo
di natura psicologica e/o politica.
Infatti, rimandando, per un approfondimento
esaustivo su questo argomento, al documento
“Cadmium Facts and Handy Comparisons”
di K. Zweibel del National Renewable Energy
Laboratory (NREL) e di V. Fthenakis del
Brookhaven National Laboratory (http://www.nrel.gov/pv/cdte/)
•
Il CdTe non è
assimilabile al Cadmio metallico,
poiché è un prodotto altamente
stabile, ad alto punto di fusione e insolubile
in acqua
(*definizione tratta dai seguenti testi).
L’unico caso in cui ci potrebbe essere
rilascio di Cadmio nell’ambiente
sarebbe quello di incendio,
ma la temperatura che si raggiunge negli
incendi delle abitazioni residenziali degli
Stati Uniti, dove vi è molto materiale
infiammabile (legno), arriva al massimo
a 900°C sul tetto e 1000 °C negli
scantinati, mentre il punto
di fusione di CdTe è a 1041 °C
e l'evaporazione comincia a 1050 °C.
Il punto di fusione
del CdS è addirittura a 1750°C.
Inoltre studi al “Brookhaven National
Laboratory” e al “GSF Institute
of Chemical Ecology” in Germania hanno
indicato che alle temperature tipiche di
un incendio i materiali
del modulo fotovoltaico rimarrebbero inevitabilmente
incapsulati all'interno del vetro fuso.
Infine, in caso di incendio di un’abitazione,
moltissimi altri materiali comuni sarebbero
fonte di rischio incomparabilmente più
grande che qualunque potenziale emissione
causata dai sistemi fotovoltaici a base
di CdTe (*definizione
tratta dai seguenti testi).
• Un modulo a base di CdTe contiene
pochissimo Cadmio, meno dell’uno
per mille in peso, e meno,
per metro quadrato,
di un’ordinaria pila al NiCd.
Inoltre, come detto sopra, il Cadmio nel
modulo è in una forma assolutamente
stabile
(*definizione tratta dai seguenti testi)
• Nel modulo fotovoltaico
il Cadmio è legato al Tellurio e
incapsulato, quindi la tecnologia fotovoltaica
fornisce una soluzione efficace per il “sequestro
del Cadmio”.
• Meno del 3% del Cadmio
attualmente usato in U.S.A. basterebbe per
una produzione su grande scala (vari GW/anno)
di moduli fotovoltaici a base di CdTe
(*definizione tratta dai seguenti testi)
• E’ facile e vantaggioso
riciclare completamente i moduli
alla fine della
loro vita, che comunque è
di almeno 25-30
anni. Inoltre, data la loro natura,
non è facile per l’utente disperdere
i moduli nell’ambiente come succede
invece spesso con le pile. Il riciclo dei
moduli risolve completamente ogni problema
di carattere ambientale (*definizione tratta dai seguenti testi).
• Il Cadmio è
un prodotto secondario dell’estrazione
di altri metalli come Zinco, Piombo e Rame.
Il Cadmio viene quindi oggi prodotto in
grande eccesso e viene perciò in
gran parte immesso in discarica. Anche supponendo
che le discariche minerarie siano controllate,
la trasformazione del Cadmio nello stabile
Tellururo di Cadmio e il controllo del ciclo
di vita dei moduli, con la possibilità
di recupero tramite riciclaggio, rendono
sicuramente meno probabile il rilascio di
Cadmio nell’ambiente, oltre a fornire
un utilizzo ambientalmente vantaggioso del
Cadmio stesso (si pensi solo alla riduzione
delle emissioni serra legate alla generazione
fotovoltaica).
Risulta quindi evidente che, paradossalmente,
l’utilizzo
di moduli al CdTe riduce la quantità
di Cadmio rilasciata nell’ambiente.
Se si considera il fatto che in Europa il
41,3% dell’esposizione umana al Cadmio
deriva dall’utilizzo di fertilizzanti,
il 22% dai combustibili fossili, oltre il
16% dalla produzione di ferro e acciaio
e così via fino ad arrivare a un
2,5% legato all’utilizzo diretto del
Cadmio quale ad esempio nelle pile.
Quindi non solo i moduli fotovoltaici al
CdTe non presentano rischio di rilascio
di Cadmio nell’ambiente, ma anzi,
sostituendo parte della quota di utilizzo
dei combustibili fossili, la loro introduzione
sul mercato porterebbe a una diminuzione
dell’inquinamento causato da questo
metallo.
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